
A 35 anni suonati, ora che la mia app preferita è quella del meteo per poter ottimizzare le lavatrici, scopro il fenomeno meraviglioso del “soft clubbing”.
Per chi, come me, vive in una grotta, il “soft clubbing” é semplicemente il fenomeno che sta rivoluzionando il mondo dell’uscire insieme e dello stare insieme, specialmente per i giovani.
Laddove una volta, a partire dai millennial (come me) andando a ritroso, l’uscire insieme voleva dire iniziare la serata rigorosamente dopo le 23, devastarsi completamente di alcool di dubbio gusto, consumarsi in un croccante sabato sera la paghetta settimanale guadagnata con ripetizioni e lavoretto in pizzeria, postare su facebook un album di 765 foto sfocate, il soft clubbing predica il divertimento di gruppo dall’alba al tramonte.
Chill vibe, soft drinks, zero o poco alcool, movida dall’alba al tramonto, se si vuole tutti ammassati, se non si vuole va bene uguale, the matcha alla mano, pilates in spiaggia, consigli di skincare con la nuova amica appena conosciuta all’ evento “pottery e cappuccino”.
La Gen Z, che ci sta insegnando molte cose sull’imparare a volersi bene, performance o no – e no, non accetto opinioni a riguardo – non contempla piú come la nostra generazione l’idea di live fast e die young , quasi rischiare la vita ogni sabato sera per una serata indimenticabile, che veniva inevitabilmente dimenticata il mattino dopo (fatta eccezione naturalmente per quel tremendo album su Facebook).
Complici, naturalmente, i trend di lifestyle importati da oltreoceano – sia Atlantico che Pacifico – il risveglio generazionale e una consapevolezza di sé maggiore e assai diversa rispetto a quella che avevamo noi, che non siamo stati nativi dei social, la Gen Z (performativamente o meno, ribadisco) inneggia al “corpo come tempio”, ossessionandosi spesso con la cultura del benessere – dalle skincare di 10 step al looksmaxxing.
E, coerentemente, la vita sociale si adegua: meno alcool, uscite che uniscono il divertimento al benessere, l’oggettiva realizzazione che uscire dalle 23 alle 4 é una cacata contro ogni logica.
La cosa mi fa bollire il sangue.
No, non perchè mi mancano i good old days, le serate nella disco di provincia, gli scivoli e i long island. Anzi.
Se la me tardo teenager, che ante litteram era veramente cool con la sua lunga prescrizione di Zoloft e Xanax nel 2009, avesse avuto opzioni come questa, non sarebbe stata, forse, cosí infelice e fuori posto.
Del grande fenomeno di costume mi interessa fino a un certo punto. Non ho voglia di analizzare e spiegare, voglio parlare di quello che sento io hinc et nunc (buonasera, dottore!).
Quello che so é che certamente leggere che effettivamente anche per i giovanissimi é possibile divertirsi anche al mattino o alla sera, o stare a casa con un gruppo di amici e non essere considerati sfigati sociopatici guarisce qualcosa dentro di me.
Ricordo perfettamente serate a far finta di sorseggiare per ore lo stesso drink, perchè l’alcool mi agitava, anche in piccole quantità. Volte in cui dovevo farmi portare a casa da qualcuno perché stare fuori fino alle 5 del mattino non mi faceva stare bene. Ho finto di divertirmi anche troppe volte, fino a che ho trovato chi, bene o male, condivideva la mia dimensione, pur facendo sempre finta di non essere outsiders.
Ora, a 35 anni suonati, dove questi ricordi sono solo piccole vergogne dolorose su una mensola impolverata, guardo dalla finestra le file davanti alle discoteche alle 9 del mattino. I bibitoni di elettroliti mentre infilano perline di plastica, i gruppi di letture performative.
Avrei performato durissimo, fossi nata dieci o quindici anni dopo. In piedi sul bancone a mangiare hummus col cucchiaino – magari al ritmo di qualche hit del 2007, quello sí.
Pazienza. Ora posso fare la predica e dire, come i veri millennial, “I did it before it was cool”.


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