Nel mezzo del cammin del mio doomscrolling quotidiano, un video mi ha particolarmente colpita – e per ricordarmelo tra gli altri milioni di contenuti, significa che mi ha scalfita come Michelangelo con il blocco di marmo. La fanciulla, seduta su un tappetino da yoga, mi guardava in faccia e raccontava della condizione umana condivisa della “paura di essere finite” che in italiano posso tradurre come “definita”.
In parole povere: quando nella tua testa sei potenzialmente molte cose, ti sembra di poter fare tutto, essere tutto. Il che si scontra inevitabilmente con la realtà, col cronometro dei nostri giorni, e questa nostra identitá che in potenza é tutto, nella realtà, poi, é nulla. Potresti essere una scrittrice, un’attrice, una ballerina di flamenco, un’esperta di olio d’oliva, una lettrice a livello agonistico. Ma nella realtà, fai poco, fai male, e non fa che provocarti un’infinita frustrazione, e continui a lasciare che gli eventi, la società, il partner, gli amici, i figli scelgano per te.
Il tutto per la paura, sostanzialmente, di sbagliare.
Che succede se scelgo e scelgo male? Non ho il tempo, le opportunità, le risorse di rimettermi in piedi. E come lo spiego, alla famiglia, all’internet, al paesello?
La ragazza sul tappetino, dunque, proponeva di partire scegliendo, “preferire una condizione dove si fa qualcosa, perché tutto fa crescere”, per ridurre all’essenza, in modo anche abbastanza banale.
Io, sentendomi particolarmente parte della community di cui sopra, di quelli che nella testa sono tutto, nella realtà un blob indefinito, cronicamente afflitti dalla decision fatigue (un’altra locuzione che ci fa sembrare smidollati alla generazione precedente) mi chiedo, tuttavia, una cosa.
Come faccio, se, in effetti, mi sento un po’ di tutto?
Se sentirmi chiamare solo “attrice” mi facesse venire un po’ di leggera eruzione cutanea, perché non faccio, non sono solo quello, ma allo stesso modo presentarmi con una stringa di epiteti mi fa sembrare un pallone gonfiato o – orrore!- un jack of all trades (master of none)… Che devo fare, dottoressa? Dov’é il posto per noi?
Sí, l’ho giá guardato il Ted Talk di Emily Wapnick.
Non mi basta piú.
Certo, poi la realtá del fare vira in direzione opposta, e il cerchio senza fine continua, il serpente che si morde la coda.
Mi manca il grip con la realtà di questa condizione, di noi potenzialmente tutto, ma che riusciamo a partorire meno del minimo per poterci definire qualcosa, e tuttavia sentiamo di reclamare quel titolo in quanto potenzialmente nostro. E domattina ci sveglieremo chiedendoci chi siamo, di nuovo, come ieri, come il giorno prima e quello prima ancora.
Sfiniti, indefiniti, infiniti, sperduti.

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